1981 | 2021 – Un Sinisgalli contemporaneo sorgente di Civiltà Appennino

Gianni Lacorazza
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di Piero Lacorazza e Gianni Lacorazza
(da www.civiltaappennino.it)

Il 31 gennaio 1981 moriva a Roma Leonardo Sinisgalli. Inaspettatamente. Poco più di un mese dopo avrebbe compiuto 73 anni.

Quarant’anni fa però, si chiuse una vita ma si aprì un’epoca, o più esattamente un percorso, anche se fatto di fasi alterne. I primi anni dopo la sua morte, infatti, furono caratterizzati da iniziative orientate più a celebrare e ricordare la sua figura; in altri momenti invece riappariva la strana sensazione di un amaro presagio che lo stesso Sinisgalli evocava, ovvero di finire nel Dimenticatoio che fu titolo non casuale proprio dell’ultima sua raccolta di poesie, pubblicata da Mondadori nel 1978.

Risale alla seconda metà di questi quarant’anni, all’ultimo ventennio circa, una forma di attenzione nuova, non più rivolta solo al suo ricordo o celebrazione ma alla sua visione, alla sua identità e, forse finalmente, al superamento della definizione di poeta-ingenere con cui veniva sbrigativamente identificato, guardando con più attenzione al “poeta” e affidando al termine “ingegnere” un ruolo di supporto, quasi a cercare un’etichetta originale senza riempirla davvero, se non con il titolo di laurea.

Il Sinisgalli “non poeta”, ossia l’art director, l’uomo di comunicazione e marketing (quando questi termini non avevano ancora il significato complesso di oggi e molto era racchiuso nel concetto di pubblicità); quel Sinisgalli che appena 28enne fu chiamato alla corte di Adriano Olivetti e di questa collaborazione con il mondo dell’industria ha riempito un quarto di secolo della sua vita e attività; beh, di quel Sinisgalli si è cominciato ad approfondire l’opera soprattutto negli ultimi vent’anni ed alla sua figura è pian piano stato attribuito un ruolo di influenza nelle trasformazioni culturali della seconda metà del Novecento. Influenza di azione e di pensiero che, ovviamente, è riuscito ad esercitare più con la sua attività di intellettuale nel mondo della comunicazione industriale e con la saggistica che con la poesia, pur essendo considerato uno dei poeti più apprezzati della sua epoca (e l’amicizia con Ungaretti ne fu una delle principali attestazioni).

Un ventennio caratterizzato sicuramente anche dalla nascita della Fondazione Leonardo Sinisgalli e nell’acquisto e ristrutturazione di quella che fu la casa paterna a Montemurro, dove oggi ha sede. Nel 2006, proprio il 31 gennaio di 15 anni fa, si concluse infatti il percorso che portò alla stipula di un protocollo di intesa tra istituzioni regionali che poi portarono nel 2008 alla costituzione definitiva della Fondazione, caratterizzatasi da allora come motore protagonista dell’interesse verso Leonardo Sinisgalli e punto di riferimento della sua valorizzazione.

Ora, a quarant’anni dalla sua morte, su Civiltà Appennino il racconto su Sinisgalli non può che essere quello che realmente tende a guardare alla sua figura come al principale punto di riferimento di una filosofia in cui i mondi della conoscenza siano integrati tra loro. Non dunque “il poeta delle due culture” (altra etichetta veloce) ma l’intellettuale della sintesi tra culture, con in particolare la visione che, riportata ai giorni nostri, riaccende quel dibattito sulla “civiltà delle macchine” a cui questa rivista guarda anche come riferimento culturale, rimettendo al centro del pensiero il dibattito sulla civiltà delle “nuove” macchine con la consapevolezza della necessità di una tecnologia al servizio dell’intelligenza umana responsabile, di chi vuole migliorare il mondo, di chi oggi opera per uno sviluppo sostenibile.

Per questo le due prime pubblicazioni della serie “Civiltà Appennino”, pubblicate nella collana delle Saggine di Donzelli Editore, avevano nella presentazione un forte richiamo ed un forte posizionamento sinisgalliano. La prima saggina, appunto dal titolo “Civiltà Appennino”, inaugurava questo percorso ma in particolare nella seconda saggina (ottobre 2020), “Le vie dell’acqua”, questo posizionamento è diventato diretto, ed il libro inizia proprio con un’idea sinisgalliana di “civiltà” in Appennino:

 

«Si era già negli anni Sessanta ormai inoltrati e la diga sul Lago Pietra del Pertusillo, nei territori di Montemurro e Spinoso, era stata appena ultimata. Un’opera enorme che fu realizzata per un primo e raro esperimento di solidarietà tra territori, in quel Sud in cui la ricchezza d’acqua era fortuna dell’Appennino di Basilicata ma non per i campi della Puglia. La diga, e di conseguenza il lago artificiale che ne derivò, fu realizzata tra il 1957 e il 1962, a sbarramento del fiume Agri, con i fondi della Cassa del Mezzogiorno.

Leonardo Sinisgalli in quegli anni aveva guardato con estremo interesse a quell’opera, nonostante i ritorni nella sua Montemurro si andavano facendo sempre meno frequenti. Guardava con l’interesse del direttore di Civiltà delle Macchine, rivista della Finmeccanica che aveva fondato con Giuseppe Eugenio Luraghi nel 1953 e che diresse fino al 1958. Una rivista dalla linea editoriale rivoluzionaria, che coniugava progresso tecnologico a creatività umana.

Ed il visionario Sinisgalli, coglieva facilmente questi elementi con intuito precursore, come fece proprio in uno dei suoi ritorni al paese natale, visitando la diga. Un muro di circa 400 metri per circa 100 di altezza, realizzato in curvatura – si dice ad arco-gravità – per sbarrare il fiume Agri e reggere il peso di milioni di metri cubi d’acqua che spingono per ritornare nella loro vallata. Lo scenario che derivò fu paesaggisticamente straordinario ed ancora oggi lo è.

Leonardo se ne accorse immediatamente e notò come la maestosità dell’opera dell’uomo in quel caso aveva cambiato l’ambiente. Amava passeggiare verso le contrade Le Piane e Le Canalette, dove c’erano le vigne di famiglia (“La vigna vecchia” era proprio in quei luoghi) e da lì basta proseguire per poche centinaia di metri per giungere ad una splendida vista proprio sull’invaso del Pertusillo. “Credo che sia la prima grande opera dell’uomo che invece di deturpare, ha migliorato la natura!”. Diceva così a chi lo accompagnava.
Chi lo accompagnava spesso era il cugino Vincenzo Lacorazza, figlio di un fratello della madre del poeta, 36 anni più giovane, il quale a quella convinzione di Leonardo è andato sempre più ponendo attenzione e riflettendo, al punto di averla raccontata spesse volte a noi, suoi figli. Nostro padre aveva infatti colto in quella idea, uno dei pilastri del mondo che stava cambiando e Sinisgalli probabilmente prima di tanti aveva compreso il cammino delle macchine nelle trasformazioni della società, altri pian piano cominciavano a capire come la civiltà sarebbe stata influenzata, stravolta, rivoluzionata.» […] 

 

Oggi pensiamo che il termine “ingegnere” sia stato riempito di molti contenuti; non certo quelli di una professione ben specifica ma riempito di un significato simbolico che rappresenta “l’altra gamba” di Sinisgalli, quella che è servita a farlo camminare veloce, allo stesso modo e accanto alla gamba della poesia. Un ri-significato colmo di tecnica, macchine, scienza, di studi ed approfondimenti anche su questo versante della sua vita. In particolare dell’uomo di marketing che forse più di altri aspetti può rappresentare ancora il terreno di approfondimento e di studio di una figura tra le più complesse del Novecento ma che, forse proprio per questo, può riuscire ad interessare ed attrarre nuove generazioni e pensare ad un nuovo futuro.

Quarant’anni fa moriva Sinisgalli, ma per fortuna forse oggi c’è più che mai.

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