Appennino, la miglior politica per i giovani è investire sulla terza e quarta età

Gianni Lacorazza
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di Piero Lacorazza

Contento e grato alla prof.assa Adelina Picone e al prof. Francesco Rispoli per avermi consentito di essere parte della bella ed efficace avventura del master “Arìnt” di II livello, promosso dalla Università degli Studi Federico II di Napoli per riflettere e rinnovare spirito e progettualità per le aree interne e i paesi.

L’ospitalità del Comune di Morcone (BN) ed i contenuti posti al centro del saluto del Sindaco e del confronto con gli amministratori di Campolattaro, Santa Croce del Sannio e Sassinoro hanno sollecitato più di qualche riflessione accompagnata e coordinata dall’architetta Marta Lombardi, coinvolta, con altre associazioni locali e non, in un progetto candidato sul “bando borghi” e andato a buon fine.

Siamo nella Valle del Tammaro per un confronto senza veli, a più voci; un laboratorio, la cui chimica si è trasformata in anima. Nessuna meccanica progettuale può cogliere obiettivi senza cuore e testa del popolo, di quello che risiede ed abita il luogo; algoritmi senza fantasia sono come una frittata senza uova.

Voglio riproporre qualche riflessone fatta a Morcone…

Mettiamo a fuoco il punto della geografia e della demografia in cui ci troviamo.

C’è bisogno di uno sguardo verticale; osservare la dorsale Appenninica ci consegna la certezza che da una parte indica la valorizzazione delle energie e delle spinte dal basso, dall’altra pone il tema delle aree interne (o quasi, o prossime) come “questione” nazionale oltre la programmazione speciale o differenziata (ad esempio S.N.A.I.) e i bandi del PNRR. Guardare “oltre”, perché la questione è più complessa.

Faccio due esempi, cedendo un po’ alla semplificazione per ragioni di brevità e di comunicazione più diretta.

La crisi e la povertà energetica porteranno a riempire gli spazi delle aree interne con pale eoliche e pannelli fotovoltaici invece di trovare punti di sostenibilità con il paesaggio ed investire nelle comunità energetiche rinnovabili? Siamo, quindi, “oltre” la Strategia Nazionale per Aree Interne (S.N.A.I.)

I diritti di cittadinanza (istruzione, salute, mobilità) reggeranno con la S.N.A.I. se nell’assenza di Livelli Essenziali di Prestazioni (LEP) avanzerà una idea sbagliata di “regionalismo differenziato”?

Mi soffermo su questo secondo esempio per sottolineare il peso che si aggiungerebbe all’invasamento nel dibattito politico di termini come riduzioni ed austerità, alle idee di riforme costituzionali ed istituzionali senza aver avuto un punto di caduta ed un modello alternativo ed adeguato, tanto sul piano amministrativo quanto della stessa rappresentanza parlamentare con maggiori e migliori equilibri tra “centri” e “periferie”.

Con lo scarto delle Comunità Montane, l’altalena delle Province, il feticcio degli scontrini utilizzato anche per indebolire le Regioni (in questo caso il tema è più complesso), il “Porcellum” in “salsa ridotta” (numero di parlamentari), si è rosicchiato lo spazio democratico penalizzando i “margini”. Con la crisi dei partiti senza riflettere su adeguati modelli di partecipazione e di selezione delle classi dirigenti, il minestrone è oggi più insipido ed indigesto per le aree interne. Il rapporto tra democrazia e distribuzione, o redistribuzione, di opportunità e risorse è molto stretto.

Lo sguardo “verticale” potrebbe aiutare l’Italia a ripensarsi dentro la grande sfida contro il cambiamento climatico, cogliendo, inoltre, tutte le opportunità dalla riduzione dei divari ricomponendo la frattura tra nord e sud del Paese, tra Europa e Mediterraneo.

“L’Italia è il mare”, è stato il titolo di un numero nel 2020 della rivista “Limes” in cui vi era una sezione dal tema “Il mare non bagna l’Italia”, il segno di un continuità e discussa narrativa che riporta agli anni Cinquanta, ed in particolare al libro “Il mare non bagna Napoli” di Anna Maria Ortese. La dimensione europea e mediterranea sono facce delle stessa medaglia “nazionale” in cui le aree interne e il Sud – quindi l’Italia – sono al tempo stesso luoghi in cui “differenziare” fiscalità (non solo per le imprese) e legislazione per densità di popolazione, ma anche riserve di natura e benessere in cui la “restanza” sia anche un vero diritto all’approdo e alla vita, di qualità per tutti, compreso per coloro che agitano le acque continuando a far galleggiare le speranze nel mare nostrum.

La geografia è il punto in cui siamo. Ma come Anna nel romanzo di Salvatore Basile Cinquecento catenelle d’oro (Garzanti, 2022), aveva creduto al padre Antonio, emigrato dall’Appennino in America a fine ‘800, che il cinema dava “movimento” alla fotografia, la cartina non è uno scatto immutabile ma si muove anche attraverso la pellicola della demografia.

E se guardassimo il film nel 2050/60 ci accorgeremmo che la sala ha molto posti vuoti verso le file interne e a Sud, e nei volti delle persone ancora sedute compaiono più rughe. E allora?

A Morcone ho rilanciato una provocazione che sta segnando in questi mesi una mia riflessione che vorrei fosse al centro di una ricerca e di una “rottura” culturale ed anche progettuale: le politiche per i giovani sono il “capitone” della programmazione, pensi di afferrarli ma poi ti sfuggono.

Mi spiego meglio.

Non c’è dibattito che non sia attraversato anche da una certa retorica: le politiche per i giovani. Non dico che il problema non ci sia, anzi. Non penso si debba rinunciare nelle aree interne e appenniniche a questo capitale umano e di conoscenza. In una recente ricerca promossa dall’associazione “Riabitare l’Italia” è emersa la disponibilità a restare o tornare nelle aree interne da parte dei giovani. Dunque non vorrei essere frainteso.

E allora mi chiedo: cosa significa “politiche per giovani”?

Nel tempo intercorso tra la programmazione e la realizzazione della Strategia Nazionale per le Aree Interne (S.N.A.I.) quanti giovani sono andati via? Nel tempo che c’è dalla corsa a partecipare ad un bando (per chi ci riesce!!!) all’attuazione ed all’efficacia prevista dal progetto, come è cambiata la piramide demografica di quel luogo?

Si pensa di afferrarlo ma il capitone sfugge. Tempo fa ne ho già parlato su questa rivista: il PNRR non ha dentro l’anima, l’algoritmo potrebbe non bastare.

Ecco perché a Morcone ho rilanciato la provocazione: e se pensassimo il futuro dei nostri paesi investendo sul benessere della terza e quarta età?

Non sarebbe più gestibile, nel tempo e nello spazio, una programmazione che misuri i suoi obiettivi con questa tendenza demografica? Non ci troveremmo ad incrociare il futuro nella sua realtà? Non sarebbe questo un punto di vista per dare opportunità ai giovani che hanno il web in testa e i morsi della taranta sul corpo?

Paesi sicuri per la salute: efficaci reti “tempo dipendenti” (cardiologica per l’emergenza, traumatologia, ictus e quindi neonatologica e punti nascita). Adeguati pronti soccorso, accessibilità e fruibilità per prestazioni di qualità; sistema di emergenza/urgenza (ambulanze ed elisoccorso) “in casa” per tutti accanto ad eccellenti ospedali raggiungibili ma non “sotto casa” per tutti.

Paesi sicuri per l’assistenza e la riabilitazione: la telemedicina per il consulto, il monitoraggio e il controllo. Luoghi di riabilitazione e di convalescenza con prestazioni e servizi avanzati e di qualità immerse nella natura. Luoghi di impegno e di movimento magari in botteghe per la produzione di oggetti artigianali ed artistici.
Paesi sicuri contrastando il dissesto idrogeologico, riducendo il rischio da eventi atmosferici e terremoti: mettere in sicurezza il territorio ed investire sul patrimonio edilizio.

Paesi sicuri ed accessibili: zero barriere architettoniche, investimenti sulla domotica, ma anche norme urbanistiche che mettano uno stop al consumo del suolo e siano più flessibili rispetto al “costruito”, paesi per persone con disabilità.

Paesi che costino meno: comunità energetiche sostenibili che consentano di liberare risorse dalle pensioni per reinvestirle nell’assistenza e nei consumi di prodotti biologici e a km zero.

Paesi in cui il cibo sia di qualità: verificare la “sovranità” rendendo tracciabile la filiera ed il territorio, attraverso registri distribuiti ed immodificabili con l’utilizzo della tecnologia blockchain.

Paesi abilitati ed abilitanti per frequentare gli spazi digitali accompagnati da tutor giovani che dedichino un paio di ore a settimana – una forma di servizio civile – andando oltre il Metaverso e assumendo una meta sociale verso cui camminare.

Paesi in cui muoversi non sia un ostacolo: ripensare la mobilità “per dentro e per fuori”, nel comune e tra comuni di un comprensorio più vasto organizzando servizi che colgano l’uso come opportunità anche per una economia circolare spezzata dal “possesso” e dalla “proprietà”. Non ne chiedo l’abolizione ma una “messa a disposizione”, una condivisione di mezzi e strumenti che sia conveniente, solidale e sostenibile per tutti, per oggi e per domani.

Paesi in cui ci si occupi dei fiori e degli alberi, del decoro, dei colori e della bellezza.

Paesi in cui, nei mesi più difficili da vivere (autunno/inverno), si investa sullo spettacolo dal vivo per dare qualità ed offerta artistica e culturale facendo crescere le opportunità per chi ci vive. Ne guadagneranno anche i turisti – nei luoghi di provenienza hanno già questa possibilità – perché saranno accolti con maggiori sorrisi e leggerezza dagli abitanti del luogo che avranno combattuto un po’ la tristezza delle stagioni che seguono l’estate e precedono la primavera.

E se mi posso consentire una riflessione più audace direi che i nonni sarebbero anche un ottimo motivo per “incentivare” nei paesi lo smart working e su cui, in verità, andrebbe fatta qualche scelta più coraggiosa e strutturale; un welfare familiare e di comunità renderebbe non solo più caldi e vissuti gli affetti ma anche meno impervio il cammino di crescita di un figlio, spesso anonimo anche nel condominio della città nella quale si è costretti ad andare per lavorare.

Lascio a voi continuare.

Aggiungo un solo elemento, e parto da questa domanda: nei paesi come sopra descritti non si potrebbe vivere in un futuro prossimo meglio che nelle città?

“Le ondate di calore hanno causato nel mese di luglio, un eccesso di mortalità del 29% tra gli over 65enni, per un totale di 2.090 decessi nelle 33 città italiane monitorate. L’effetto maggiore è stato riscontrato tra gli over 85enni, tra cui a luglio si è registrato un eccesso di mortalità del 38%.” (Fonte Ministero della Salute). E la temperatura nei prossimi decenni subirà ulteriori aumenti indotti dai cambiamenti climatici. Anche se dovessimo comportarci bene, gli effetti positivi sul nostro pianeta non saranno comunque immediati. Siamo anche consapevoli che ci sarà un allargamento delle fasce di povertà e il crinale economico su cui gli anziani saranno costretti a camminare sarà inevitabile anche per le modifiche già apportate nel tempo al sistema previdenziale. Pensiamo anche all’impatto dell’inflazione che oggi mette in discussione la mitigazione del freddo e del caldo nelle proprie abitazioni. La Caritas nell’ultimo rapporto ha messo anche l’accento sulla “povertà ereditaria”.

Si apre, a mio modo di vedere, uno spazio che – insieme alla rete del terzo settore, a politiche pubbliche adeguate ed iniziative private, anche profit – può essere fondamentale per il benessere, per la cura e l’assistenza, per la felicità nei nostri paesi per nuovi migranti climatici, quelli della terza e della quarta età. Un patrimonio di umanità che tiene ben salde le nostre radici nella storia.

Un paese attrezzato ed ospitale non sarebbe anche un’opportunità turistica?

Penso che cambiare il punto vista, e quindi fare scelte di programmazione coerenti e conseguenti alla piramide demografica, non sia una rinuncia al tentativo di ribaltarla ma potrebbe aiutare a costruire opportunità per i giovani in Appennino, nei paesi e nelle aree interne.

A questo punto resterebbe una sola cosa da fare per i giovani delle aree interne: investire sulla conoscenza. La conoscenza può muoversi e muovere, a differenza di un bosco che non può spostarsi in città.

“Testa nel mondo e radici ben salde” è la frase che ha colpito Marta Lombardi tanto da rilanciarla in un commento ad un mio post su Facebook.

Nelle scuole è necessario investire per la “scoperta” del paesaggio in cui si vive, e durante l’estate sostenere le ragazze e i ragazzi in percorsi formativi ed esperienziali nel mondo (es. minierasmus).

Noi questo futuro lo vediamo, Fondazione Appennino è nata per dare un contributo in questa direzione.

Cosa cercano i giovani delle aree interne?

Sono necessità o desiderio o entrambe le motivazioni a metterli in movimento alla ricerca di nuovi approdi?

Sarebbe interessante scoprire, indagare, analizzare il pensiero degli adolescenti delle aree interne, il loro rapporto con il territorio ed il mondo.

E se pensassimo al nostro futuro di anziani nei paesi? E se lasciassimo i giovani liberi di scegliere e riflettere sull’opportunità di vivere felicemente la loro vecchiaia in un paese? Forse così potremo evitare di vivere un Metaverso capovolto: pensare al futuro dai paesi sapendo che la nostra vecchiaia, forse, ce la potremo anche permettere nelle città, magari con seconde e terze case nei paesi.

da www.civiltaappennino.it

 

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