Legge sulla montagna. Risalire la china per poi scollinare

Gianni Lacorazza
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di Piero Lacorazza

Una legge sulla montagna ci vuole, diciamo però con qualche se e qualche ma.

Siamo un Paese molto particolare, dalle oscillazioni cosi repentine che non appena si mette a fuoco un obiettivo e già cambiato.

Non è passato un secolo, ma poco più di 15 anni, da quando si è sviluppata questa traccia: indebolire, e per alcuni aspetti smantellare, il sistema della rappresentanza territoriale come condizione per mettere in moto l’economia dell’Italia. Si è sovrapposta, ad essere buoni, la rappresentanza/rappresentatività con la semplificazione.

Almeno recuperiamo l’indice: abolizioni della comunità montane e azzeramento del fondo per la montagna, svuotamento delle province anche per asfissia finanziaria, taglio indennità (oggi riportate ad una ad un giusto equilibrio) ai sindaci e presidenti di provincia, riduzione anche del numero dei consiglieri comunali e provinciali. E poi tra uno scontrino e l’altro (le cosiddette “rimborsopoli) si è provato, senza un disegno organico, a dare un colpo anche alle regioni con una riforma costituzionale (bocciata dai cittadini nel 2016) che, in accoppiata con la legge elettorale, avrebbe realizzato la fine di un assetto policentrico.

Per carità nulla è immutabile ma non si può parlare di riformismo se l’architettura costituzionale, istituzionale ed amministrativa segue il ritmo impresso dalle politiche di austerità. Punto di massima accelerazione è stata la lettera dell’agosto 2011 della BCE.

Questa spinta all’indebolimento della rappresentanza territoriale è stata data, a mio avviso, anche dalla cosiddetta “questione energetica” del nostro Paese. Ne ho parlato in un libro dal titolo Il miglior attacco è la difesa (People, 2019). Si è pensato di semplificare la complessità e, per decreto (il cosiddetto “Sblocca Italia” nel settembre 2014), assecondare opzioni – raddoppio di produzione di idrocarburi in mare e su terraferma – che in queste settimane di guerra mostrano i limiti.

Per chiosare su questo argomento sottolineo che la relazione tra democrazia ed energia è molto stretta, e il nostro impianto Costituzionale (anche per questo si è provato a modificarlo) presupponeva scelte energetiche ed industriali che accompagnassero “la distribuzione”, “la circolarità”, “l’efficientamento”, “la diversificazione” e “la comunità”.

Se fossimo partiti all’inizio degli anni Duemila avremmo potuto gestire “la transizione” e oggi avere un altro, e migliore, modello di “consumo e produzioni”.

Voglio ricordare che invece negli ultimi 10 anni, o poco più, i cittadini sono stati chiamati al voto sul nucleare e sugli idrocarburi attraverso referendum abrogativi; appunto abrogativi di scelte contenute in norme.

Nel correre il rischio di una eccessiva semplificazione vorrei riflettessimo sul fatto che non sarà una legge, che introduce elementi positivi, a salvare la montagna, ma una visione a salvare il Paese e quindi anche la montagna. La pandemia ha fatto emergere, amplificandole, molte criticità che avevano scavato anche nel passato sopra descritto: per esempio non si faccia finta di nulla e si dica con chiarezza che la sanità territoriale è stata trascinata via dall’idea di smantellamento che si è perseguita negli ultimi 20 anni. Si può cambiare idea ma nel frattempo alcuni danni sono stati prodotti.

Sarà necessario lavorare e migliorare in Parlamento la proposta d legge sulla montagna così come sarà opportuno mantenere aperta una riflessione sulla Strategia Nazionale per le Aree Interne. Proprio quest’ultima ha avuto il merito di accendere i riflettori sull’Italia dei margini, su divari territoriali che non sono riconducibili esclusivamente alla “questione meridionale”. Lo stesso testo del DDL sulla Montagna accende i riflettori sulla “verticalità” e sulla “quota”. E noi di Fondazione Appennino ne siamo contenti.

E qui vengo alle riflessioni di merito.

La traccia del DDL sulla montagna è quella della tutela, della “restanza”, della permanenza o spostamento incentivato: «riconosco il disagio in territori di “margine” e in “quota” e se te ne fai carico ti premio, di sostengo, ti sono vicino». Ci può stare. Ci può stare a condizione che si realizzino alcune condizioni di contesto.

E allora per “ri-salire” la china, la montagna ha bisogno di alcune precondizioni affinché le prospettive possano finalmente “scollinare”: connessioni materiali ed immateriali compatibili e sostenibili, valorizzazioni di interconnessioni funzionali con le aree metropolitane e più densamente popolate, incremento di spesa corrente in relazione a quella per investimenti nella mobilità, nella sanità e nella istruzione/formazione. Se ci pensate questi tre aspetti non avrebbero motivo di essere sostenuti in una condizione in cui la sola logica dei numeri, o meglio del mercato, comanda. E infatti questo è il nodo principale viste le tendenze demografiche per i prossimi anni.

Per questo penso che il DDL sulla montagna possa essere considerato anche una giusta provocazione per riaprire un dibattito che in questi ultimi vent’anni sembrava essere consegnato definitivamente al populismo e alla demagogia, consumando pezzi di democrazia, raffreddando il cambiamento, erodendo parti del nostro futuro e rendendo più complessa la marcia di avvicinamento agli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile varata dall’ONU nel 2015.

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