Trivelle. Lacorazza: un accordicchio.    

Gianni Lacorazza
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Il Piano delle Aree che l’emendamento gialloverde introduce è in realtà la declinazione in legge di una delle proposte avanzate dalle Regioni referendarie, guidate dalla Basilicata. Il punto non è la proposta in sé, ma la formulazione della proposta che potrebbe per Regioni ed Enti Locali restringere gli spazi di partecipazione alla elaborazione del Piano in quanto si richiederebbe solo l’intesa. E se non si raggiunge l’intesa?

L’emendamento sospende i permessi di ricerca già dati; spero non si tratti di una trovata elettorale, in quanto in questo modo si va a toccare il legittimo affidamento delle multinazionali: perché non è stato fatto due mesi prima che venissero rilasciati i permessi nel Mar Ionio? D’altra parte è lo stesso emendamento a riconoscerlo, giacché nella relazione illustrativa allegata si stima in più di 470 milioni di euro la somma che lo Stato dovrà sborsare per far fronte alle richieste di risarcimento: quindi, da un lato il Governo prende con l’aumento dei canoni, dall’altro dà alle multinazionali.

Di fatto, nel prevedere con legge che siano fatte salve le proroghe delle attività di estrazione già in corso, si predetermina una decisione sulla concessione ENI “Val d’Agri”, rispetto alla quale occorrerà vedere se la Regione sarà coinvolta. E se fosse passata la proposta dell’On Rospi, cinquestelle lucano, di portare la titolarità dell’AIA a Roma? 

Non si può tornare indietro dagli accordi già conclusi; anzi è necessario impegnarsi per ridurre i rischi ambientali e far crescere le opportunità per i lucani. Questa è stata da sempre la mia posizione.

Tuttavia fa riflettere il fatto che il territorio subisce questa decisione a poco tempo di distanza di uno sversamento di greggio rilevante, in virtù del quale il Piano – se mai arriverà – potrebbe qualificare come non idonea quell’area: ma se anche così sarà, questo non toccherà la proroga automatica dei dieci anni nel frattempo concessa all’ENI.

Insomma, si decide a Roma; ed era ciò che abbiamo contrastato con l’iniziativa referendaria avviata nel settembre 2015, che indirizzammo contro l’art. 38 dello Sblocca Italia; ed è ciò che ci era stato chiesto anche nella imponente manifestazione del 4 dicembre del 2014 davanti al palazzo della Regione.

Si aumentano i canoni per le società petrolifere, ma le royalties sulle concessioni in essere restano immutate per la Basilicata, a differenza di quanto affermato dal Ministro Di Maio a Potenza. Ciò che si incassa dai canoni passerebbe a Roma; se, invece, si fossero innalzate le royalties, l’intero importo sarebbe andato nelle casse della Basilicata. E magari si sarebbero potuto destinare quei soldi alle infrastrutture carenti della nostra Regione: non è stato proprio Conte a dichiarare che è una vergogna non avere collegamenti degni di un Paese civile con Matera e con la Basilicata?

Infine, è da evidenziare che il rischio di un Piano delle Aree con il quale si rinvia di 18 mesi una sostanziale modifica dell’art. 38 della legge Sblocca Italia è esposto ad una incertezza normativa, ai venti della politica e alle dinamiche che rendono instabile qualsiasi maggioranza di governo. E se il Piano non dovesse essere approvato? Finisce lì, perché la legge prevede che debba essere approvato entro 18 mesi, trascorsi i quali non ci sarà possibilità di approvarne un altro e tutto tornerebbe come prima, tranne l’aumento dei canoni. Ma intanto per la propaganda del M5S e della Lega va bene così: l’importante è superare le elezioni regionali e le europee.

La verità è questo emendamento tradisce il voto di milioni di cittadini che si sono recati alle urne il 17 aprile 2016; e traditi sono soprattutto i lucani, visto che in Basilicata si raggiunse addirittura il quorum, determinando un fatto politico rilevante e una chiara volontà di risolvere il problema una volta per tutte. Tranne che sul piano, l’emendamento tace sugli altri problemi posti dal pacchetto referendario: per esempio, non c’è niente sulle proroghe delle concessioni petrolifere entro le 12 miglia marine e niente sui poteri delle Regioni. Ed anche i tempi e le modalità dello smantellamento delle piattaforme viene rimesso non alla legge, ma al piano, e cioè alla bontà del singolo ministro, posto che per le concessioni in mare sarà solo il Ministro, senza il concorso delle Regioni, a decidere.

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