Basilicata & Futuro. Angelo Sanza: “Un buon segnale il lavoro di Lacorazza con Civiltà Appennino”.

Gianni Lacorazza
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Ringrazio Angelo Sanza non solo per la citazione contenuta nell’intervista pubblicata sul sito di Gianni Pittella ma soprattutto per aver colto il senso dell’impegno culturale e sociale della Fondazione Appennino.

Di seguito l’intervista:

Poche parole per introdurre la mia rubrica “Basilicata. La storia, la politica, il suo popolo”.

Ritengo che la conoscenza sia una grande risorsa, come anche un’ottima opportunità di crescita, e sono convinta che entrare nelle radici profonde di un territorio, specialmente in quelle del proprio territorio, sia un’esperienza che richiede tempo, sacrificio e dedizione per crescere con consapevolezza.

E’ un po’ come ricostruire l’albero genealogico della propria famiglia perché, in fondo, la Basilicata è una grande famiglia.

La mia rubrica rappresenta il mio impegno per i lettori lucani e non, per questo mi auguro che siate invogliati a leggere le storie che vi propongo con la stessa forza che mi caratterizza e mi induce a divulgare quanto più possibile la bellezza delle radici a cui appartengo. Raccoglierò le testimonianze di quanti hanno concorso a realizzare il quadro politico e la storia della Basilicata, utilizzando al meglio le potenzialità del territorio.

Buona lettura!

Rosita Stella Brienza

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A Lezione di storia e politica lucana con Angelo Sanza. Un’esperienza che lascia riflettere. Sicuramente l’uomo è fermo, deciso e soprattutto attento ai segnali dei tempi che, in questa intervista se ne colgono eccome, raccontandone ben ottanta di anni. Niente è casuale nella vita di Angelo Sanza: essere il primogenito, appartenere a una grande famiglia cattolica, crescere a pochi passi dall’abitazione di Emilio Colombo, frequentare la parrocchia della Santissima Trinità e poi rimanere in ascolto del noto allievo di don Sturzo, mons. Vincenzo D’Elia. Gli studi americani, la prima candidatura quasi imposta e l’apertura alla vita politica romana con il suo ampio sistema di relazione e i tanti benefici portati a casa propria, appunto in Basilicata.

 

 

La sua esperienza a servizio della Basilicata è maturata attraverso un percorso formativo che le ha consentito di entrare gradualmente sulla scena politica lucana. Quali sono stati i momenti salienti della sua formazione politica e come ha contribuito con il suo impegno allo sviluppo del territorio lucano? 

Nasco a Potenza in via Roma il 22 settembre del 1941 e cresco nella cultura propria di quella stagione, in cui era dominante la visione cattolica con il riferimento alla chiesa della SS Trinità e a un allievo di don Luigi Sturzo, Mons. D’Elia. Gli studi alle scuole elementari e il catechismo andavano di pari passo, con una formazione culturale assolutamente normale, senza meriti e demeriti. Figlio di una famiglia borghese. Mio padre era il capo del personale di una mutua malattie, mia madre era una Lamorgese e veniva dalla vicina Puglia. Primogenito con due sorelle minori. La Trinità tra messe domenicali e catechismo è stata la mia seconda area formativa. E quindi dopo la famiglia, venivano la scuola e la parrocchia. Una formazione cattolica di base. Mentre ero al termine delle scuole superiori, con un corso di studi assolutamente normale, quindi non da sgobbone, fu grazie all’insistenza della mia docente di inglese, Naglia Ricciuti, che partecipai a un bando di concorso per frequentare l’ultimo anno di scuole superiori negli Stati Uniti… e così arriva la mia avventura americana, tra gli anni 1959-1960. Con totale distacco verso interessi specifici nella politica, ero interessato soltanto ad essere un buono studente. Un break, quello americano, fondamentale che ha segnato profondamente la mia vita. Sbattuto a San Diego, nella California meridionale, nel più lontano dei centri degli USA, frequentai l’ultimo anno delle scuole superiori…

Tornato in Italia, mi iscrissi alla facoltà di economia e commercio alla Sapienza di Roma, laureandomi nel 1964. Ma, c’è un particolare, perché tornato dagli Stati Uniti, dopo aver già intrapreso gli studi universitari, ritornando a frequentare la Santissima Trinità, incontrai Emilio Colombo, amico di mio padre. In quel periodo, era il ‘64, stavano per essere convocate le elezioni amministrative per il rinnovo del Consiglio comunale di Potenza. Colombo era venuto a conoscenza della mia storia americana e, volendo rinnovare la lista per il Comune, insistette con mio padre, prima a convincere mia madre contraria alla mia candidatura, e poi a convincere me perché mi candidassi al Comune di Potenza. Quei giorni in famiglia c’era un po’ di tensione perché mia madre riteneva che gli studi fossero prioritari rispetto al resto e che avrei trascurato lo step finale: scrivere la tesi di laurea.

Personalmente ero completamente disinteressato alla politica, per me erano importanti la mia formazione cristiana e quella universitaria. Ma, Colombo non si arrendeva. Il suo intento era candidare un giovane con una buona esperienza formativa e grazie alla sua grande capacità di mediazione riuscì a convincere mio padre, poi mia madre e poi me. Fu così che, seppur con motivazioni minimali, accettai di firmare la mia candidatura e fui il primo degli eletti al Comune di Potenza. Sebbene una campagna elettorale con pochi santini e un impegno molto relativo, sulla mia elezione incise un fronte di amicizie molto vasto che abbracciava il mondo cattolico, quello dello sport, gli amici di scuola a soprattutto una grande famiglia potentina: i Lamorgese. A questo punto, festeggiato per il risultato elettorale ottenuto, ecco di nuovo l’intervento materno che si opponeva all’impegno politico. “Farà l’assessore alle cose belle”, disse Emilio Colombo a mio padre durante un incontro che avvenne poco dopo la messa delle 12.00. E così, con questa promessa di fare l’assessore alle cose belle, cioè allo sport e alla cultura, mi avviai lungo un cammino senza tempo. Ideai due strutture sportive potentine importanti: la piscina al Parco Montereale che sostituì i capannoni dismessi dal Comune e poi lo stadio dell’atletica leggera al Parco Macchia Romana. Intanto, l’intransigenza materna e la mia attenzione agli studi fecero in modo che mantenessi i miei obiettivi formativi, conseguendo la laurea nel 1965. Ed è qui che si apre un altro capitolo. Facendo l’assessore, mi iscrissi al partito della DC e con me si iscrissero tanti amici. Pertanto, nel 1964 ci fu un’iscrizione in massa dei giovani ed essendo il pioniere di una folla di giovani, cosa che tanto inorgoglì Colombo, cominciò la mia frequentazione alla vita di partito. La sezione, i corsi organizzati alla Camilluccia, dove era particolarmente impegnato Fanfani affinché nascesse una nuova classe dirigente nella Democrazia Cristiana che potesse entrare nelle istituzioni con uno spirito cristiano per governarle, ormai rappresentavano la mia quotidianità. Ricordo che per gli amministratori c’erano corsi molto intensi e d’estate i dirigenti si dedicavano per quindici giorni ai seminari, dove i maggiori leader del partito, insieme alle più grandi espressioni del mondo cattolico, tenevano conferenze. La mia partecipazione al movimento giovanile si estinse a 25 anni, era una tappa collegata all’età, per poi passare alla vita di partito. Il movimento giovanile eleggeva i propri vertici di partito. Con il ruolo di assessore facevo anche parte degli organi di vertice nazionali. A quei tempi, il vice segretario nazionale della Dc era un lucano: Tommaso Morlino. Fu lui che favorì la mia presenza nell’esecutivo nazionale dei giovani democristiani. E così, mentre ero nell’esecutivo nazionale entravo nel partito regionale, divenendo responsabile dell’organizzazione con la segreteria provinciale di Luigi Mistrulli. Lo snodo furono le politiche del 1968, quando il movimento giovanile chiedeva con forza a Colombo la mia candidatura in Parlamento. Che non avvenne per ragioni legate all’età. In effetti avevo soltanto  27 anni. Per questo nacque una forte tensione perché avevo capito che Colombo favoriva Luigi Mistrulli, che poi fu candidato e purtroppo non eletto. Lui aveva circa quarant’anni, quindi era più grande di me. In quella stagione politica venivano puntualmente elette quattro persone e queste furono: Colombo, Tantalo, Marotta e Merenda. Intanto nel 1968 si svolse il congresso, Mistrulli era lo sconfitto elettorale, e vinsi il congresso provinciale del partito diventando uno dei più giovani segretari provinciali. All’epoca Verrastro era presidente della Provincia e diventò senatore, con me segretario provinciale del partito. In quegli anni 68 – 70 i quadri del partito subirono un rinnovamento: entrò tutta una nuova generazione a guidare la DC.

Il 1970 in Italia furono convocate per la prima volta, applicando la Costituzione, le elezioni regionali e fui candidato alle regionali. Fui eletto e così svolgevo contemporaneamente il ruolo di segretario provinciale e quello di Capogruppo del nuovo gruppo consiliare democristiano alla Regione con Verrastro presidente.

Gli anni 70-72 furono anni di grande tensione perché come ho anticipato ci fu un massiccio arrivo di giovani, ma c’era anche una classe dirigente più anziana e insieme dovevamo trovare un punto di equilibrio. Così, se Verrastro rappresentava la vecchia generazione, in quel momento, rappresentando i giovani ero l’interprete del cambiamento. In questo, Colombo mediava senza mai mortificare il cambiamento e spesso, quando trovava una classe di anziani poco qualificata e poco adatta al cambiamento, pian pianino li convinceva a favorire il rinnovamento della classe dirigente del partito. Quindi Colombo era aperto al cambiamento, ma il successo non avveniva con atti autoritari. C’era sempre il confronto. Se un deputato cadeva, ciò avveniva non perché non era stato candidato, ma perché non aveva preso voti. Quando Lillino Lamorte battette Lo Spinoso, venivano entrambi dal melfese, ma Lamorte prese più voti dello Spinoso. Oppure, ricordo quando io stesso presi più voti di Merenda su Potenza. Ecco quelle occasioni sviluppavano sempre un confronto affidato democraticamente alla società civile. Il 1972 fu un anno particolarmente interessante. Frequentando gli organi nazionali nel partito ero pronto ormai ad aprire la Basilicata a nuove presenze. Ma, rimaneva dentro di me uno strano sentimento perché era fissa l’amarezza del 1968, quando non fui candidato al Parlamento. E nonostante l’esperienza regionale, che mi aveva dato ampia soddisfazione, l’obiettivo Parlamento era un obiettivo rimasto nitido sia come aspirazione e sia anche come esigenza di entrare in un contesto diverso da quello che è solitamente l’ambiente territoriale, quello di provincia. E così quando furono convocate le elezioni politiche parlamentari, mi candidai, fui eletto ed ebbe inizio per me l’esperienza romana.

A Roma mi ritrovai nella filiera dei giovani democristiani, che appartenevano all’ala progressista riformista della sinistra democristiana, ma la mia provenienza era espressione della realtà dorotea giovane, vicina a Colombo. Era combattuto, quindi, e vivevo una vera e propria battaglia civile all’interno del partito. Se da una parte dominava in me un rispetto correntizio, nei confronti della espressione lucana che aveva promosso la mia elezione,   dall’altra c’era lo slancio che mi spingeva verso una più incisiva formazione culturale della sinistra democristiana. Su questa strada incontrai due personaggi: De Mita e Aldo Moro. Per alcuni anni tenni una posizione di equilibrio tra l’ala moderata e prudente di Colombo e quella di Moro che era la sinistra democristiana che favoriva ad aperture verso i socialisti. Entrai nella gestione dei vari congressi dell’area democristiana della sinistra di base, che nel Mezzogiorno aveva un leader: Ciriaco De Mita.

Ci vuole coraggio a scegliere quando hai di fronte una grande potenza del Sud e della DC. Mi riferisco a Emilio Colombo. Ma la scommessa di allora fu da me vinta. Aderii alla sinistra di base, avendo chiara e nitida la meta elettorale (tutti i problemi arrivano a un nodo: il voto). Mettersi contro l’uomo più potente della Basilicata, della Nazione e della Democrazia Cristiana non era da tutti, ma guidato da un approccio sistemico: le aree più aperte mi seguivano come corrente, ma c’era poi una fetta di partito legata a Colombo che, con il sistema elettorale di allora, che proponeva tre preferenze, usavano la seconda preferenza per votarmi riconoscendo in me quel rapporto di servizio reso alla Basilicata.

Nel 1975 ci fu un periodo di sostanziale tranquillità nella democrazia cristiana lucana: il partito si strutturava seguendo due anime, la dorotea guidata da Colombo, che percentualmente prendeva i due terzi del partito, e l’anima della sinistra di base guidata da me e Scardaccione. In una situazione di assoluta correttezza, sia a livello regionale che nazionale, portavamo avanti le battaglie per la Basilicata tutti insieme, indipendentemente dalle correnti di appartenenza. I problemi della comunità si risolvevano attraverso un dibattito nel partito e con decisione delle istituzioni. Ovviamente, poi c’erano i problemi dei singoli di cui bisognava farsi carico. Anche quello era un servizio da rendere all’altro e, quindi, quando si doveva aiutare il singolo, si aiutava senza discuterne. Questo è stato anche un grande insegnamento che ha dato Emilio Colombo. Lui, nell’aiuto, non ha mai fatto discriminazioni tra le due correnti. Il vero confronto con Colombo è avvenuto sulla formazione della nuova classe dirigente perché capendo che doveva fare i conti con una generazione nuova, che era quella che seguiva me, ha dovuto rinnovare anche i suoi quadri politici. Tra le personalità politiche che sono venute alla ribalta con me o dopo di me, c’erano anche giovani che scelsero di appartenere alla corrente di Emilio Colombo. Cito i più significativi: Lamorte, D’Andrea, Viti, Boccia. Ecco loro quattro, pur appartenendo alla mia generazione, hanno scelto di stare nella filiera di Emilio Colombo. Ricordo dibattiti accesi, assemblee che duravano anche interi week end, e seminari che si concludevano nel rispetto dell’etica con gli interventi finali di Sanza e Colombo. Anche sulle chiusure dei dibattiti erano rispettati i ruoli e le differenze nel rispetto assoluto dell’età.

Nel 1976 fui eletto nuovamente al Parlamento. Cominciarono gli anni orribili del terrorismo e, nel solco tracciato dalla sinistra democristiana, quindi nel rapporto con De Mita e Moro, nel 1978 fui il più giovane sottosegretario che abbia mai avuto la Democrazia Cristiana. Vicino a Moro, giurai da sottosegretario agli esteri proprio la mattina di quel 16 marzo, quando Aldo Moro fu rapito. Il cielo era cupo, sirene in funzione continua. Ministro degli Interni: Cossiga, che ricordo mi mandò la macchina blindata. Andai a Palazzo Chigi, giurammo. Poi con Andreotti, che era Presidente del Consiglio, ci trasferimmo alla Camera e il Governo venne votato immediatamente dalle due Camere per l’emergenza che cresceva. I miei primi giorni da sottosegretario agli esteri sono stati terribili. Rimasi agli esteri per due anni e poi mi spostai agli Interni, dove rimasi per quattro anni con il ministro Virgilio Rognoni.

Devo dire che tutti questi grandi uomini: Fanfani, Rumor, Piccoli, Andreotti, Colombo, Moro non davano confidenza alle nuove generazioni. Facevano fatica a parlare con la generazione intermedia: De Mita, Forlani, Bisaglia, Donat Cattin. Con noi più giovani c’era un rapporto di rispetto e correttezza. Nei miei confronti c’era un rapporto di correttezza. Quelli che non volevano bene a Colombo, mi utilizzavano e per questo dovevo stare attento e capire quanto strumentale fosse il loro avvicinamento.  

Con la caduta della Prima Repubblica, lo scenario politico lucano cambia. Cosa rimpiange di quegli anni? 

Provo a fare un racconto vivace di quegli anni, senza rimpianti. Con la caduta della prima Repubblica e quindi con la Seconda Repubblica ho preso le distanze dalla Basilicata come rappresentanza elettorale. Vengo eletto per l’ultima volta in Basilicata nel 1992, prendendo il massimo dei voti: 103.000. La legge elettorale era stata modificata e si votava con la preferenza unica. Ero avvantaggiato perché per la sinistra c’ero solo io. Mentre Colombo si portò dietro anche Viti e Lamorte. Quindi noi quattro sempre, ma io da solo nella mia corrente.

Nel 1994 Colombo non si candidò e non fece candidare parecchi di noi, perché subiva in qualche modo quello che era l’orientamento della vecchia classe dirigente democristiana che impaurita da Mani Pulite preferiva non farsi processare.  Mentre noi della sinistra rifiutammo questo diktat che arrivava dalla magistratura, e pur pagando qualche prezzo ai fini dell’immagine, rifiutando l’invito di Colombo a non candidarci, avvisammo il partito nazionale che comunque ci saremmo candidati. Nel 1994 la DC implose, i gruppi si divisero. Da una parte Martinazzoli a sinistra e dall’altra Buttiglione. Io sarei dovuto andare con i popolari, con Martinazzoli, ma andai con Buttiglione che aveva costituito l’UDC (Unione Democratica dei Cristiani). Fu eclatante la scelta di Colombo che andò con i popolari, a sinistra. E così che la destra della DC andò a sinistra. Io allora scelsi di andare con Buttiglione. I miei amici mi seguirono nell’UDC, ma quella non era la nostra casa perché noi eravamo progressisti e seguire l’area moderata di Buttiglione per noi era una gran fatica. Per l’elezione del 1996 si prodigò Cossiga a farmi candidare a Roma con Forza Italia e fui eletto a Roma con l’uninominale nel collegio 5 della Tiburtina.

Il coraggio dello scontro e il confronto l’avevo superato.

Sul piano politico, quali sono i personaggi lucani che hanno tentato l’impossibile per realizzare quei cambiamenti che hanno migliorato il sistema di vita lucano?

Parto dai meridionalisti. Giustino Fortunato e Francesco Saverio Nitti. Loro hanno fatto molto per la Basilicata. Poi a seguire tanti amministratori. Però, paradossalmente, sul piano del riordino infrastrutturale della Basilicata, riconosco che Scardaccione ha fatto molto. E’ lui che ha ideato le cinque grandi vie di comunicazione lungo i cinque fiumi della Basilicata. Prima di lui, la Basilicata era una regione chiusa. E’ stato lui l’uomo che ha aperto la Basilicata più di tanti altri. La classe dirigente attuale si è impoverita, purtroppo… ed io non sono in grado di dare loro nessuna risposta.

 

Non per diffondere scoramento, ma come valuta il livello della politica dei tempi attuali (in cui i social hanno soppiantato il modello di comunicazione politica “romantico”, quindi quello classico, fatto di piccoli gesti come: attaccare i manifesti, aprire e chiudere la sezione, il tesseramento) e cosa propone per recuperare il romanticismo della politica e il contatto con le persone?

Premesso che non possiamo creare nessuna piattaforma Rousseau, perché quella è la negazione della politica partecipata, ma non possiamo ugualmente negare che intanto ci sono i nuovi mezzi di comunicazione. Quindi, pensare che si possa tornare a un rapporto romantico della sezione democristiana dove era possibile guardare negli occhi l’elettore per portare quello sguardo per sempre dentro se stesso, beh questo forse è improbabile. Vanno cercati nuovi metodi di confronto per informare le nuove generazioni e metterle in condizioni di scegliere la loro classe dirigente attraverso un confronto telematico in questo periodo, ma a fine pandemia, a mio avviso sarà necessario trovare una compensazione tra il sistema telematico per essere presente in modo capillare e poi selezionare una classe dirigente che possa mantenere un rapporto vis à vis.

 

Che cosa pensa si possa fare in Basilicata per superare le emergenze e costruire un futuro migliore?

La Basilicata deve decidere se vuole essere un’appendice delle regioni con cui confina, oppure se vuole vivere una sua soggettività, e ne avrebbe le ragioni storiche per farlo. Certo, sono ragioni fortemente compromesse in questo presente perché manca una spiccata leadership politica che si identifica con questa regione. Per superare i limiti attuali, bisognerebbe far partire dal basso un processo identitario della regione a cui sono chiamati gli uomini più colti della regione, non necessariamente i politici. Anzi io quasi li escluderei i politici, vista la pochezza che manifestano in questo periodo nell’imporre un progetto regionale. Chi ha voce deve venire avanti. Qualche piccolo segnale lo riscontro. Per esempio il lavoro che fa  Lacorazza, in questo momento con Appennino Civico, è uno sforzo. Ci sono delle persone che sono diventate padrone di un meccanismo e portano avanti un progetto regione offrendolo al confronto con quanti hanno la sensibilità di favorire lo sviluppo della regione. C’è qualcuno che ha sensibilità e che è su questa linea, per esempio Gianni Pittella. Ci sono persone, e non mi faccio condizionare dalla loro appartenenza culturale, però dico che qualcuno ha capito come deve porsi in relazione con il proprio territorio e con le realtà esterne al territorio. Gli uomini silenziosi che raccoglievano il voto andando casa per casa, oggi non hanno più futuro. Non sono in condizione di poter incidere. Devono appropriarsi dei nuovi mezzi, trovare un’identità regionale e portare questa identità all’attenzione nazionale. Se ci si riesce. Se non ci si riesce, allora è anche il caso di prendere in considerazione una ristrutturazione complessiva dell’ordinamento regionale nazionale.

 

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